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Ci sono parti della storia e situazioni che non rientrano in una narrazione, a causa dei loro aspetti psicologici, complessità e drammaticità. Questo è stato il caso di mia madre che ha lasciato la sua piccola città natale con le sue due figlie. C’è molto dolore nel mondo, per quanto uno sia in grado di sopportarlo o meno. Forse ci sono dolori insopportabili, ma quello era uno con cui avrebbe dovuto convivere e, se possibile, da cui avrebbe dovuto imparare. Niente di tutto questo, naturalmente, era evidente a lei in quel momento, che navigava come la nave che la portava in America, triste, obbediente e monotona. Intorpiditi, con gli occhi aperti solo per vedere le ragazze e non perderle nemmeno per un secondo. Ma ha dormito sveglia in un sogno profondo e privo di significato.

Quando la nave guidata dai rimorchiatori colpì con un leggero tonfo le murate del porto, trasalì come uno scosso nel bel mezzo di una siesta pomeridiana e sorrise, imbarazzato, per essere stato colto in flagrante. Fece un respiro profondo, si alzò debolmente, per la mancanza di cibo che le aveva imposto, raccolse le sue cose, i bambini, e guardò per la prima volta la nuova terra che l’accoglieva. Prima di scendere le scale, allungò il collo verso il gran numero di persone ammassate sul pavimento, cercando di trovare un volto familiare. Non ha visto nessuno!

Ma c’erano dei conoscenti laggiù che li aspettavano. Mio padre ei tre cugini di mia madre: Pasquale, Nicola e Domenico, che all’epoca faceva il tassista. I quattro stavano in agguato ansiosi, fumando a lungo. La folla faceva un rumore infernale di voci, urla e lacrime. Ci furono riunioni e addii infiniti, un’ondata di emozioni che fece salire e scendere la gigantesca nave. Gesticolavano nel tentativo di farsi capire ma era quasi impossibile, tanta era la gente presente. Mio zio Pasquale ebbe l’impressione di vederli scendere le scale e, con il suo grosso corpo che misurava oltre 1,90 me pesava 140 kg, si fece strada tra la folla, seguito dagli altri tre. Raggiunsero il bordo del molo e videro mia madre, le figlie, due valigie e due grossi fagotti di stoffa. Mio padre si è congelato!

Mia madre scendeva spaventata per le scale pericolose e traballanti, armeggiando con le due ragazze e i loro bagagli. I passeggeri affollati si spintonavano l’un l’altro con impazienza, ansiosi di superare il calvario. Una signora, pochi gradini più in basso, è inciampata e si è scontrata con due uomini davanti a lei, facendo cadere in acqua una piccola valigia. Cominciò a piangere e imprecare, maledicendo il suo destino, la sua vita e la sua morte! Due marinai a terra hanno cercato di aiutare, cercando di issare la valigia con canne di bambù con ganci metallici alle estremità. In mezzo alle scale, in mezzo alla confusione, in mezzo a tutto, mia madre ha visto i suoi cugini. Ha avuto un triste momento di gioia e li ha salutati.

Quando finalmente toccò terra, si gettò esausta tra le braccia delle cugine, distribuendo figlie e bagagli, senza accorgersi del marito accanto a loro. Quando lo vide, si spaventò! Era magro, scuro, abbronzato e calvo, completamente calvo… Provò un misto di rabbia e pietà, quasi perdonandolo proprio lì. Ma no, c’era molto da chiarire, molto dolore da lavare via, molte ferite da guarire. Non era lì, in quel momento, che le cose si sarebbero dette e sputate. Ha rimuginato su di loro per 4 anni, avrebbe saputo il momento migliore per lanciarli in faccia a mio padre. Questo sembrava euforico e perso, non sapendo se stava abbracciando una figlia, baciando una valigia o portando l’altra figlia. Aveva il bisogno di parlare, di sentire, di vivere di nuovo e di essere se stesso. Cercò di controllarsi e apparire naturale che lo sguardo duro di sua moglie non gli permetteva. Mani toccate. E così è stato! Avrebbero avuto 65 anni davanti a loro per giungere a una conclusione, ma prima che nella pentola si bruciasse troppa salsa, troppi piatti si schiantassero contro i muri, troppi errori sarebbero ripetuti e troppo perdono sarebbe stato concesso.

A singhiozzi raggiunsero il taxi, una Chevrolet del 1955 spaziosa e ragionevolmente comoda che ospitava cinque adulti, due bambini ei loro bagagli. Si sono lasciati alle spalle il trambusto del porto e si sono diretti verso Serra do Mar. Suonava molto familiare a mia madre, ricordando la scalata sulla montagna fino a Felitto, il suo paesino, ormai così lontano. Ma arrivando in cima, l’impressione è completamente cambiata con la vista del gigantesco altopiano di San Paolo, che terminava molto lontano all’estremità dell’orizzonte, unendosi al cielo. Ed è cambiato molto di più, mentre si avvicinavano a San Paolo, a causa delle dimensioni incomprensibili, del traffico intenso, del fumo delle macchine e dell’aria calda, assurdamente calda. Ha chiacchierato per tutto il tragitto, distribuendo notizie e ricordi di tutti quelli che l’avevano raccomandata, evitando così un colloquio più diretto con il marito. Mia sorella Rachele dormiva come un angelo, mentre la piccola Grazia era profondamente irritata da questo strano uomo, che la teneva tra le braccia e insisteva per chiamarla sua figlia.

La macchina li ha lasciati in Rua do Oratório, a casa dei miei zii Antonio e Rosa. Le ragazze si sono unite alle cugine, Carmine e Nena, mentre gli adulti si sono occupati di questioni pratiche, urgenti e necessarie. La casa era piccola e ospitare due famiglie avrebbe richiesto un po’ di ingegneria e molta buona volontà. La notte scese velocissima e si sparpagliarono come meglio potevano, tutti certi che sarebbe stato solo per poco tempo. La situazione era comoda per mia madre, perché così non c’era spazio per una conversazione tra i due.

Vi rimasero 12 giorni, abusando della paziente gentilezza dei loro ospiti, finché, in una soluzione piuttosto disperata, si diressero verso la lontana Lapa, lontana da tutto e da tutti. La piccola casa non ammobiliata era un accordo improvvisato tra mio padre e un cliente. Aveva un letto di fortuna per la coppia e un materasso di assi per le ragazze. C’era un tavolo traballante, due sedie e due sgabelli, un lavandino, e basta. Non aveva fornelli. Erano arrivati dall’Italia il 7 dicembre 1955, era già il 20 e mancavano pochi giorni al Natale. Mio padre partiva per lavoro all’alba, tornava di notte. Senza parlare una parola di portoghese, riusciva come meglio poteva a sfamare le sue figlie, ma se negli ultimi anni aveva temuto le difficoltà che il nuovo mondo avrebbe portato, ora le soffriva profondamente nelle ossa. A prima vista, le infinite spiegazioni, le scuse giustificazioni e le promesse di una vita totalmente dedicata a lei e alle figlie del marito erano quasi accettabili.

Il 24 dicembre, sola e desolata, venne a trovarla mia zia Rosa con i due bambini e la sua pancia già voluminosa, portando con sé il mio futuro cugino Claudio. Ha portato del cibo e della speranza. Ai restanti formaggi e farina del viaggio aggiunsero olio e riso, improvvisarono un barattolo di latta e carbone come fornello e prepararono un pranzo di Natale in una calda notte d’estate, completamente diversa da quelle fredde della loro terra. Arrivò mio padre accompagnato da mio zio Antonio e, sorpresi, andarono a bere birra e bibite. Si sentivano tutti tranquilli e dormivano in quella casa con la certezza che i miei genitori, al più presto, avrebbero trovato un posto dove vivere a Mooca. Pochi mesi dopo, trovarono una camera da letto e una cucina in un cortile sulla stessa Rua do Oratório, vicino a mia zia e mio zio. Rimasero lì fino al 1957, quando si trasferirono in Rua Guaimbé, in Avenida Paes de Barros.

Faustina finalmente ha ceduto al fascino di Pasqualino! Naturalmente, questi incantesimi erano accompagnati da molto rispetto paziente, buon comportamento e atteggiamenti di un padre esemplare. Lei lo accolse tra le sue braccia e, guardandosi profondamente negli occhi, poterono vedere le loro essenze, sentire di nuovo i suoni della loro terra, i profumi ei sapori, con passione.

In quello stesso anno, il 1957, avvenne un comune miracolo, di quelli che cambiano per sempre le sorti dell’umanità. Dio (e uso questa parola qui solo come riferimento, poiché ha un significato diverso per ognuno), il Creatore, la Creazione stessa, quella potente Energia, quella Forza infinita, l’Inspiegabile, che tu ci creda o no, lo adori o dubitatene, il Tutto o il Niente, ancora una volta Dio ha deciso che era tempo di visitare gli uomini, camminare in mezzo a loro, incarnarsi, vedere e sentire, sentire sete e fame, freddo e caldo, dolore e amore per capirli. È venuto in forma umana, senza memoria di sé, senza poteri speciali, solo uno sguardo profondo e una lucidità, di azione e di risultato, cristallina, per ricondurli alla Pace dei loro cuori.

E il 27 aprile 1958 sono nato.

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